APRILE '75

- Sono i musicisti dell'ultima generazione - dice con un pizzico d'orgoglio personale il produttore - preparati ed entusiasti come, o forse più degli altri, ma senza le false paure delle mode o delle emulazioni, non uno che, durante la registrazione dell'album, abbia proposto una sbrodolatura personale, un solo strumentale, tutto frutto d'effetto: tutto frutto di una visione perfettamente collettiva di far musica... -

Il gruppo si chiama Maxophone, il produttore, vecchia gloria di Banco, Rocky's Filj e Bennato, è Sandro Colombini: la storia comincia quasi due anni fa... - Sai - mi dicono - a Milano c'è un gruppo con i fiocchi, sei ragazzi proprio bravi...

- Ma chi fossero, come si chiamassero nessuno sapeva dirmelo... - Mah, sono lì in cantina, provano, provano e provano ancora... - Poi, a marzo, mi arriva la notizia: -Adesso sono in sala, per il primo disco, vedremo quello che sanno fare! -

Aprile- '75, entro negli studi Ricordi di Milano, quelli tra la nebbia e le officine abbandonate; dentro trovo Gaetano Ria (ma quanti album di rock ha registrato?) Il Colombini e loro. I Maxophone sono da due più mesi in sala, ma l'entusiasmo sembra quello del primo giorno; un moog appoggiato su una sedia e qualcuno che ci giocherella sopra, una ragazza niente male, e gente che discute animatamente mentre i nastri girano: dal monitor duro e spietato un vibrafono diffonde delle note... - Accidenti - mi scappa - sembrano i migliori Gentle Giant! - e Roberto Giuliani, chitarra ed occhiali: - Beh i Gentle sono la mia passione: io e Sergio abbiamo composto le musiche e facilmente qualcosa del genere c'è rimasto impigliato in mezzo -.

· Meraviglia del sottoscritto! Ad un'osservazione simile un qualsiasi musicista italiano avrebbe risposto Gentle Giant? ah, si mi sembra di averli sentiti nominare, ma mai ascoltati, giuro! - ed invece eccolo qui, il chitarrista che candidamente confessa... E il vibrafono va avanti, e non sono i Gentle, più morbidi, meno schematici, assolutamente differenti, comunicativi: e tanti strumenti.

Gaetano lavora sulla consolle; sotto i cursori un pennarello ha tracciato i soggetti: cassa, tom, piatti, basso, clarino, sax, piano, organo, arpa, corno, vibrafono, percussioni, chitarra acustica, elettrica, flauto, tromba... - Il synt?! No, lo abbiamo usato solo per un paio di solchi, ci servivano suoni più caldi, immediati. -

- E le voci - chiedo - cos'è un album strumentale? -Mi rispondono con un sorriso quasi sfottente - Quelle le dobbiamo ancora registrare, comunque siamo in quattro a cantare, non c'è problema davvero! - E Alberto Ravasini mi si incolla alle orecchie in una esecuzione live delle parti cantate: una voce ora roca ora potentissima, comunque diversa, metà strada tra l'efferata melodia - all'italiana - e un sogno vocale all'americana.

E arriva Maurizio Bianchini: fugge, fugge << il gran sole >> di Nono che tra apprezzamenti e polemiche trionfa a Milano; lui fa parte dell'orchestra, alle percussioni, ma tanta è la voglia di registrare l'album che scappa prima del bis... - Oh, certa musica contemporanea è -fatta così... nessuno si accorgerà della mancanza di qualche orchestrale! - E imbraccia il corno, lo strumento signore della musica dei Maxophone, ottone lucido e, imponente che viene fuori in tutta la sua potenza tra le note dell'album. - Ci piace il suono del corno, quello dell'arpa o del clarinetto, così come sono, senza tanti surrogati... - Ma il clarino che si sovrappone alla tromba, l'impasto tra il contrabbasso e il corno sono fonti di sensazioni decisamente inedite: il disco è pieno di questi suoni nuovi ottenuti assommando in maniera inusitata degli strumenti tradizionali.

Così, fino a mezzanotte e anche oltre, si lavora: una ragazza che all'arpa cura un arrangiamento di Hindemit, Cesar Monti che si aggira tra gli strumenti con un enorme bozzetto della copertina, un solo stile bop del clarinetto di Leonardo, Sandro che consiglia a Sergio Lattuada un tocco particolarmente nervoso al piano, i primi abbozzi di parti cantate... -

- Non ne uscirà fuori una cosa eccessivamente tecnica e studiata dopo una permanenza così lunga in studio? - No, in due anni di cantina avevamo tanto di quel materiale ché costruire cose nuove in studio sarebbe stato stupido; piuttosto stiamo cercando di capire come si suona questo strumento tanto importante che è la sala di registrazione. -

SETTEMBRE '75

Il disco dei Maxophone non è ancora uscito e io vado a cercarli; li trovo nuovamente negli studi Ricordi, stessa saletta di prima, molta confusione e qualche lampadina colorata in più (" ora abbiamo un dolby per ogni canale"- dice orgogliosamente Gaetano) e mi sembra impossibile che una decina di persone riescano a vivere per più ,di cinque mesi lì dentro. Ma poi dai monitor esce la voce Alberto, e canta, canta in inglese... - Cos'è? -chiedo timidamente - Disco americano - rispondono occhi luccicanti. E poi la spiegazione: -

- Alla convention della P.A. i distributori statunitensi sono rimasti entusiasti del disco e ce ne hanno chiesto subito la copia con testi in inglese: abbiamo fatto tutto di corsa perchè ogni giorno ci telefonano chiedendoci il prodotto finito.

- Ma: Il disco Italiano? - il disco italiano -è finito e me lo ritrovo tra le mani che mostra questo studio accurato; la potenza, il fronte sonoro è impressionante, sempre carico e ricco di sfumature, di una presenza tipica da grande orchestra anche quando sono solo due gli strumenti a suonare:

aiuta a scoprire le raffinatezze compositive. (un mosaico notevole tra parti cantate e ritmiche che si alternano nei ruoli) che l'estrema orecchiabilità spesso riesce a nascondere. -

Nella biografia ufficiale dei Maxophone si parla di un gruppo nato da basi differenti, rock e classica contemporanea; ma qui tutto è armonioso, fuso perfettamente: l'equilibrio è eccellente. E il canto: non meraviglia che in America sia piaciuto l'album... farfalle di libertà, favole di paesi ideali e drammi veri e vissuti: i testi?

- Se è vero che siamo un gruppo dell'ultima generazione, non c'era bisogno di trasformare il nostro impegno politico in tanti manifesti dottrinali:

la musica, quella che si canta, ha delle sue esigenze, quasi... poetiche, noi ci abbiamo provato! -Registrando, - suonando la

notte fino all'una e la mattina dopo alle otto di nuovo in sala; dopo due anni di speranza e lavoro in cantina, correre per cinque mesi dalla consolle all'altra parte della città, suonare, registrare, missare... un disco, come il primo dei Maxophone, nasce anche così.

Marco Ferranti

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